IO NON HO PAURA

-REALTÀ DAL RETROGUSTO AMARO-

Io non ho paura, film del 2003 tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti, che cura anche la sceneggiatura insieme a Francesca Marciano, è diretto da Gabriele Salvatores ed è considerando dai più come una delle sue miglior opere più riuscite.

La pellicola, dalle sfumature drammatiche per il soggetto trattato, non solo ha coinvolto emotivamente pubblico e critica ma si è anche fatta portavoce di premi e candidature molto importati: ha conquistato due David di Donatello, un Nastro d’argento ed è stata inoltre scelta per rappresentare l’Italia agli Oscar, anche se poi non è riuscita ad entrare tra le cinque pellicole in nomination per la categoria Miglior film straniero.

Non solo.

Il capolavoro di Salvatores è stato riconosciuto come d’interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano.
La storia trattata dal film, però, si ispira ad una realtà dal retrogusto amaro, di un fatto storico di cronaca realmente accaduto e da molti poco conosciuto: siamo nel sud d’Italia, anni 70, il meridione si ritrova nel pieno di un conflitto politico e sociale senza precedenti, capace di mettere in discussione valori morali tanto da far sembrare lotte politiche e stragi cittadine parte di vita quotidiana.
In questo periodo storico, dove viene messa in discussione la propria certezza sociale, trovano terreno fertile alcune bande di criminali che iniziano a dedicarsi al sequestro di bambini, figli di famiglie facoltose, soprattutto delle regioni del nord, per poi richiedere ed ottenere un generoso riscatto per la loro liberazione.

E’ doveroso specificare che la vicenda del film è rappresentata nel 1978, l’anno in cui si raggiunse il picco di 600 rapimenti, un numero angosciante ma che rende chiare le dinamiche e la crudeltà di queste bande disposte non solo a sequestrare un bambino ma anche a farlo vivere in condizioni disumane per mesi finché i genitori non si decidevano a pagare per poterlo riabbracciare.

La realtà supera la fantasia.
Sempre.

E ora, a realtà svelata, non si può che ricordare una delle scene più toccanti del film: l’incontro dei due bambini. Il momento in cui Michele solleva incuriosito una lastra di lamiera che nasconde una fossa dove in fondo, in un angolo, nascosto da una coperta, sbuca il piede del povero Filippo.
Michele Amitrano e Filippo Carducci (rispettivamente interpretati da Giuseppe Cristiano e  Mattia Di Pierro) contribuiscono perfettamente alla drammaticità narrativa grazie alla loro complicità e naturalezza che, come per Lila e Lenu’ de L’amica geniale, rende questi piccoli attori grandi interpreti, perfettamente immedesimanti nella realtà amara, empatici e teneri agli occhi dello spettatore che fa tifo per loro in nome dell’amicizia.

Infine, la pellicola, è diretta da Salvatores, regista capace da un lato di rispettare la trama crudele, la fastidiosa verità nel mostrare il contrasto della cattiveria degli adulti e l’innocenza negli occhi dei bambini attraverso una messa in scena naturale, quotidiana che rispetta le azioni dei personaggi “adulti” e, dall’altro, di dirigere come Spielberg giovani attori, creando un contrasto unico, assurdo come la realtà dal retrogusto amaro che si cela dietro al film che non ha paura di svelare le ingiustizie di un’infanzia rubata.

di Velitchka Musumeci

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